Buona condotta: è esclusa dall’incontro sporadico di soggetti con precedenti?

Pubblicato il: 20/12/2021

La riabilitazione è una causa di estinzione delle pene accessorie e di ogni altro effetto penale della condanna prevista dall’art. 179 c.p.
Tale istituto ha natura premiale ed è finalizzata al reinserimento del reo nella società. Essa, infatti, ai sensi dell’art. 179 c.p., è concessa quando siano decorsi almeno tre anni dal giorno in cui la pena principale sia stata eseguita o si sia in altro modo estinta, e il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta.

Sulle condizioni necessarie per ritenere buona la condotta del condannato è recentemente tornata la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 42697 del 22 novembre 2021. Nello specifico la Corte ha affrontato il tema dell’idoneità o meno di contatti sporadici intrattenuti dal reo con soggetti gravati da precedenti di polizia a inficiare il giudizio sulla bontà della condotta e, dunque, ad ostacolare la concessione della riabilitazione, concludendo per la soluzione negativa. La riabilitazione potrà quindi essere concessa nel caso in cui risultino delle frequentazioni non serie e dei rapporti di natura occasionale con soggetti gravati da tali precedenti in quanto da tali contatti non si può desumere il mancato ravvedimento del condannato né il mantenimento di uno stile di vita irregolare o comunque incline all’illegalità.

La Corte, a questi propositi, ha affermato nel corso del proprio iter motivazionale:

  1. che in tema di riabilitazione si richiede la dimostrazione della buona condotta e, cioè, del ravvedimento del richiedente, desumibile dai comportamenti regolari tenuti nel periodo minimo previsto dalla legge e sino alla data della decisione sull'istanza;
  2. che per l’accertamento di questo ravvedimento non è sufficiente che sia fornita la prova dell’astensione del reo da altri illeciti ma occorre presentare prove effettive e costanti del recupero di un "corretto modello di vita", improntato al rispetto delle norme di legge nonchè a quelle di comportamento generalmente rispettate dai consociati;
  3. che il fatto che il condannato abbia intrattenuto rapporti con pregiudicati, persone inserite negli ambienti di criminalità organizzata o tossicodipendenti può essere potenzialmente valorizzato – come già espresso in alcuni precedenti che la Corte richiama – per escludere la buona condotta: il condannato che richiede la riabilitazione, infatti, deve provare di “rifuggire da concezioni di vita irregolari di cui le suddette persone sono portatrici”;
  4. per escludere la buona condotta devono emergere frequentazioni significative, di natura non sporadica, che dunque siano evocative di una seria dedizione al crimine e dell’intenzione di non rifuggire da concezioni di vita irregolari: qualora, invece, risultino solo incontri sporadici o occasionali non potrà ritenersi insussistente, per ciò solo, la buona condotta.

Il caso di specie, in particolare, riguardava un soggetto che, deducendo di aver mantenuto una vita del tutto regolare e di essersi dedicato al lavoro e alla famiglia negli anni successivi alla sentenza di condanna, aveva presentato al Tribunale di Sorveglianza istanza di riabilitazione.
Il Tribunale, tuttavia, aveva respinto tale domanda per difetto di buona condotta, valorizzando il fatto che l’istante aveva intrattenuto rapporti occasionali con soggetti gravati da precedenti di polizia.
Il condannato aveva quindi proposto opposizione ma anche questa era stata respinta.
Egli, dunque, aveva proposto ricorso in Cassazione, deducendo la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 179 c.p.: nel ritenere tale impugnazione fondata, la Corte ha quindi ribadito gli importanti principi sopra riportati.


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